Devo imparare a conoscerti. Nel senso che non ti conosco ancora, sebbene “ci conosciamo” da quasi dieci anni, e che devo saperlo fare. Senza pregiudizi o analogie con altre persone. Non lo so come sei e quindi, forse, questi tuoi messaggi telegrafici di risposta ad un mio sms che, per me, era carino ma mi rendo conto non il massimo della dolcezza, potrebbero essere mera comunicazione ad una mia domanda, che però voleva essere un pretesto per sapere qualcosa di quello che fai e, soprattutto, del perché sei andato via. Se è solo un caso che sia capitato adesso, oppure se sei praticamente scappato. Non credo, da come sei quando siamo insieme, e da tante altre cose. Ma ho il dubbio, costante, che non mi lascia. La diffidenza che sta lì a dirmi che anche se “ci conosciamo” da tanto, in realtà non sappiamo molto l’uno dell’altra, e comunque negli ultimi tempi, come sono cambiata io, probabilmente anche tu.
L’altra sera mi hai detto una frase, non proprio romantica, in cui però c’era un “mio” riferito a qualcosa che, tecnicamente, è mio. Io ti ho guardato scetticamente, perché riflettevo su quel “mio”, ed avevo un po’ paura a dirti di sì, visto che la frase terminava con un punto interrogativo ed uno sguardo che attendeva una risposta (a parte che me l’hai chiesto due volte). Quando ti ho detto sì, tu non hai avuto dubbi, pensavi che il mio scetticismo fosse dovuto al tuo poco romanticismo. Io non voglio romanticismo, e soprattutto non lo voglio finto. Ma non vorrei cadere in quella trappola di “relativismo sentimentale” in cui comincio a pensare “magari fa così per chissà che motivi, magari per lui è normale, magari questo magari quello”.
Adesso penso che, magari, come io sono brutale nel parlare, tu sei lapidario nello scrivere, e quando ci rivedremo, al solito, sarò più tranquilla, come l’altra sera e l’altra sera ancora. Di presenza mi tranquillizzi, col corpo, coi tuoi abbracci, e con le parole.
Ecco, in questo momento vorrei che mi baciassi.
Vorrei che lo volessi. Magari lo vuoi, ma io non lo so.
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